La Storia di Pradleves

Cominciamo dal nome. Comunemente i Pradlevesi spiegano lo strano nome del loro paese facendolo derivare dal piemontese “Prà d’l’eve” ossia “prato delle acque”. In realtà il nome deriva dalla gens romana, i Levesium, che in epoca imperiale possedeva ampie proprietà in questa zona della valle Grana. Sicuramente il popolamento di questo territorio è molto antico ed è testimoniato dalla presenza di coppelle (piccole vasche scavate nella roccia) tanto all’ubai, sul sentiero che da Riosecco conduce al vallone del Frise, quanto all’adrech sulla strada carrozzabile per la cappella della Madonna degli Angeli. Sempre in questa zona è possibile vedere Barmo Capitani una costruzione in cui i caratteri arcaici sono dominanti. La leggenda vuole fosse stata costruita da un uomo possente (detto appunto Capitani) che, vestito solo di pelli di montone e cavalcando una giovenca, pascolava quassù il suo bestiame. La descrizione del personaggio ricorda da vicino un pastore alpino del Neolitico.

A aprtire dal Seicento è possibile tracciare la storia della nostra comunità grazie ai documenti presenti sia nell’archivio del Comune che in quello parrocchiale. Ci sarebbero pagine e pagine da scrivere. Qui accontentiamoci di individuare alcuni dei passaggi più importanti e significativi. Intanto fino al XVII secolo il centro più importante della media alta valle è San Pietro, allora comune indipendente. L’unica chiesa parrocchiale si trova lì. Le cappelle di Monterosso (detto in occitano lou Bourgat, la borgata appunto) e Pradleves sono dipendenti dalla chiesa di S. Pietro. Nel 1597 il vescovo ordina la costituzione della parrocchia forse anche perché la popolazione della nostra comunità è cresciuta, ma soprattutto per controllare i pradlevesi particolarmente sensibili alla predicazione ugonotta (eretica). Interviene anche l’inquisitore deportando una donna con i suoi figli. Di questa notizia è rimasta traccia, nella cultura orale della comunità, nella leggenda della “Brardo, la mascho de Pinchiniero” catturata dai frati cappuccini di Caraglio, gli inquisitori della valle Grana. Visto il clima poco salutare, alcuni Pradlevesi riformati si rifugiano in valle Pellice, dove si concentrano i Valdesi. Per capire quanto fosse importante la diffusione delle nuove idee luterane e calviniste nella nostra comunità basti sapere che, in questi anni, gli abitanti che possono fare la comunione sono 250 e 40 di questi vengono convocati dall’inquisitore perché sospettati di essere eretici.

All’inizio del Seicento il capoluogo è suddiviso in ruà che prendono il nome dai gruppi parentali che le abitano: abbiamo notizia di ruà dei Franco, dei Durando, dei Ribero, e dei Gertosio a cui corrispondono probabilmente isole di proprietà nei valloni laterali che per i Durando e i Ribero è stato possibile individuare, rispettivamente, nella zona del Counh (vallone di Gerp) e in quella di Rousec. Sulle pendici della valle sorgono dei “chiaboti”, baite utilizzate per l’estivazione del bestiame o per il ricovero di attrezzi e materiali presso fondi particolarmente distanti dal paese. Intorno a questi nuclei preesistenti nasceranno, a partire dal XVIII secolo, sotto la crescente pressione demografica, le frazioni, la cui identità sarà ancora legata al gruppo parentale che le ha fondate e le abita (il Counh è abitato dalle famiglie appartenenti alla parentela dei Durando, mentre Rousec da quelle dei Ribero).

Ancora all’inizio del 1600 si sviluppa l’attività metallurgica grazie all’intervento di individui estranei alla comunità. Un artigiano di Brescia, o meglio della val di Sabbia, mastro Andrea Cominotto e messer Maurizio Mattei di Cuneo costruiscono nel villaggio, in cui, probabilmente, esisteva già uno sfruttamento di alcuni giacimenti minerari, alcune fucine e dei “fornelli”, cioè fonderie.

Le miniere erano localizzate nei pressi di Rulavà, frazione di Castelmagno posta all’Ubai sul confine con Pradleves, Sarlounc e Tournet località situate nel vallone di Pencheniero Nei pressi di questa località esiste una costruzione chiamata “grangio groso”, che, secondo la tradizione orale, venne costruita da “milanesi” (la val Di Sabbia era nel Ducato di Milano), ed era forse direttamente collegata con lo sfruttamento minerario di una vena a cielo aperto. Nell’attività estrattiva e di lavorazione del minerale troveranno impiego degli individui provenienti dal bergamasco e bresciano